CAPOEIRA, BATIZADO E FORMATURA

di Giovanni Vichi

Gruppo Zumbì … “noi siamo la libertà, la libertà non muore mai”

Durante il periodo del commercio degli schiavi si calcola che più di due milioni di persone vennero deportate in Brasile dall’Africa ad opera dei portoghesi. Questi schiavi provenivano da diverse regioni africane e quindi avevano culture differenti, parlavano lingue diverse tra loro, oltre al fatto che nella maggior parte dei casi facevano parte di tribù ed etnie nemiche tra loro; essi venivano portati nei tre principali porti brasiliani: Bahia, Recife e Rio de Janeiro. I portoghesi si guardavano bene dal lasciare unite le persone appartenenti ad una stessa tribù, al fine di rendere più difficile la comunicazione e l’organizzazione di una eventuale rivolta. Dal primo momento in cui gli schiavi si resero però conto che la loro condizione, loro malgrado, era irreversibile, cominciarono ad unirsi per organizzare la fuga e, mettendo da parte i vecchi rancori, a volte riuscivano nel loro intento. A Recife un gruppo di 40 schiavi si ribellarono ai padroni, uccisero tutti coloro che non erano schiavi e bruciarono la fazenda; poi si dichiararono liberi e decisero di trovare un posto in cui potessero rimanere tranquilli al sicuro dai cacciatori di schiavi, i cosiddetti quilombos.
All’interno di queste nuove comunità vi era una ricchezza culturale immensa dovuta appunto alla mescolanza di molte etnie e culture. In questo nuovo ambiente la gente divideva con gli altri e si insegnavano a vicenda gli usi ed i costumi, le loro danze, i rituali, la religione ed i giochi. Un risultato di questa ricca fusione culturale fu appunto la Capoeira. La Capoeira diventò così la loro arma ufficiale e, un po’, anche il loro simbolo di libertà.
Nei primi anni del novecento la Capoeira fu anche proibita in tutta la nazione perché associata alla delinquenza di strada. In quegli anni era uso che il maestro che insegnava la Capoeira desse poi all’alunno uno o due soprannomi; la polizia conosceva i capoeiristi con questi soprannomi e non con la loro vera identità, il che rendeva difficile l’arresto. Questa tradizione è rimasta anche oggi: quando una persona viene battezzata le viene dato anche un soprannome.
La rivalsa della Capoeira si ebbe quando la “milizia negra”, composta da soli capoeiristi, venne inviata al fronte nella guerra con il Paraguay e quando tornò vittoriosa i suoi componenti diventarono eroi nazionali. La legge che proibiva la pratica della Capoeira restò però in vigore fino al 1920.
Nel 1937, Mestre Bimba, uno dei più importanti maestri di Capoeira, fu invitato dal Presidente nella capitale per una dimostrazione della sua arte. Dopo il successo avuto con la sua performance ottenne il permesso del Governo per aprire la prima scuola di Capoeira in Brasile. Questo fu il primo passo verso una maggiore apertura, che culminò con la dichiarazione della Capoeira come sport nazionale.
Ma cos’è la Capoeira per i suoi maestri, per i capoeiristi in generale? Per loro la Capoeira è uno stile di vita, una scuola di pensiero, una filosofia, una scienza. E’ parte del loro corpo e della loro mente. Gli schiavi che dettero vita alla Capoeira erano abituati a combattere avendo le mani legate insieme, così potevano contare solo sulle gambe. Questa è una delle ragioni che differenziano la lotta brasiliana, da altre arti marziali: un capoeirista non usa quasi mai le mani o i pugni per attaccare il suo avversario. La Capoeira è un “mix” di arte marziale, danza e ginnastica. Quello che la rende veramente diversa è il non avere un codice di regole strettamente precise, questo ne fa un’arte marziale con infinite variazioni. Ti lascia così scoprire il tuo corpo, usare l’immaginazione, stimola la creatività, l’improvvisazione e l’individualità. A differenza di altre arti marziali la Capoeira non è uno sport violento: un completo controllo del proprio corpo, permette di “giocare” allegramente a ritmo di danza con colpi che, solo se necessario, possono diventare estremamente potenti e pericolosi. Un capoeirista è così che dimostra la sua bravura: non tocca il suo avversario, ma distraendolo (con movimenti e volendo con espressioni facciali e corporee strane), fa il gesto di colpirlo, ma il calcio viene normalmente bloccato prima che il piede tocchi l’avversario.
Si inizia quindi a giocare formando un cerchio di persone, chiamato “Roda”. Gli strumenti iniziano a suonare e tutti cantano e battono le mani mentre due giocatori si affrontano al centro del gruppo. Lo strumento musicale più importante, quello che segna il ritmo del gioco è il “berimbau”, ma vengono suonati anche una percussione e un tamburello chiamato “pandeiro”.
Il suo segreto sta tutto nel riuscire a mescolare armoniosamente la grazia e la fatica della danza, l’equilibrio e la flessibilità delle acrobazie, la velocità e la malizia della lotta, senza mai perdere il ritmo dettato dalla musica. Il passo base della Capoeira, chiamato “Ginga”, che serve per connettere fra loro i vari movimenti conferendogli un forte senso di unità, è anche un passo di danza. Il ritmo del gioco è determinato dal ritmo della musica: se la musica è lenta, i movimenti saranno rallentati e il gioco sarà effettuato con passaggi a terra; se la musica è veloce, i giocatori si muoveranno molto velocemente con colpi e salti rapidissimi.
Il “Batizado” (Battesimo) è una manifestazione in cui si celebra l’ingresso degli allievi principianti nel mondo della Capoeira: attraverso un gioco simbolico che fanno con un maestro o professore (che diventano così i loro padrini), ricevono il loro “apelido de guerra” (soprannome) e la corda, attestando così che sono in grado di partecipare a una Roda di Capoeira. Negli anni il “Batizado” è evoluto ed oggi è anche un grande raduno dove capoeiristi di diverse associazioni si incontrano per giocare.
A Firenze ha avuto luogo il VII Batizado del Gruppo Zumbì di Firenze e con esso la Formatura di Contra Mestre Cabeça a Mestre de Capoeira.